Rece Cloverfield
Quando il viral marketing funziona
anche troppo bene genera mostri.
Nel bene o nel male...
Ammetto di essermi fatto prendere dall’entusiasmo più dirompente
quando leggevo i vari aggiornamenti o le indiscrezioni sullo stato
dei lavori.
Immaginavo un film da scenari urbani apocalittici, una creatura
nella condizione di essere parzialmente inconsapevole di sé stesso e
completamente del mondo circostante e una città in preda al terrore
atavico e primordiale di vedere la propria esistenza seriamente
messa in discussione.
Pre(/o)messe in parte mantenute, in parte disattese.
J.J.Abrams adora il detto\non detto, descrivere ma non mostrare, le
conseguenze ma non le cause e dopo Lost e Alias il suo
inconfondibile tocco si sente anche su Cloverfield.
Creatura, il film, senza dubbio più sua che di chiunque altro, date
le premesse appena esposte.
Privato della serializzazione (ma si fa presto a dire "sequel" e
ancora più presto a dire "saga") che ha permesso a lavori come Lost
o Alias di svilupparsi nel tempo, Cloverfield, da solo (finora), ha
un po’ il sapore dell’opera parzialmente incompiuta.
Parto dal mostro, vera e propria esca della campagna pubblicitaria.
L’abile J.J. e il suo team creativo hanno immaginato una creatura
inconsapevole del pericolo che rappresenta, che anzi si sente
minacciata dagli “sciami” di umani che cercano di farle del male: un
“bambino confuso e spaventato”..
Questo dalle dichiarazioni rese alla stampa, peccato che nei 45’’
scarsi di pellicola in cui il mostro compare non si abbia mai
sentore di tutto ciò.
La famosa scena in cui andrebbe in confusione sotto i bombardamenti
dell’ USAF mostra più che altro un essere che se potesse direbbe
“orpo, che male alla schiena!”: la reazione media di chiunque
riceva, in proporzione, una martellata tra le scapole.
Un plauso a Neville Page, creatore del mostro: mai visto una
creatura marina, addirittura abissale, priva di pinne (sebbene la
coda per quel poco che si vede ricordi l’estremità di un’ anguilla)
ma dotata di zampe, unghie, mani e piedi rudimentali.
Lo stesso dicasi per i famosi “parassiti” (presi di peso da uno a
caso tra Resident Evil 4, Half Life o Doom 3): non esistono scene in
cui si vedono attaccati alla pelle della creatura, non si vede la
scena in cui quest’ultima se ne libera, grattandosi, ci dicono,
contro i palazzi come un cane martoriato dalle pulci farebbe con un
tronco d’albero. Sono semplici comparse, uscite non si sa dove e
apparentemente senza uno scopo preciso se non quello di mordere e
trascinare la gente da qualche parte.
Che siano parassiti, megapulci, ultrapiattole… lo sanno solo coloro
che si sono documentati precedentemente.
Detto ciò però il film non si esaurisce qui, perché se ci sono punti
non, presumo volutamente, chiarissimi e intenzioni, volutamente, non
così palesate c’è anche un’ innovazione.
Finalmente assistiamo alla vicenda non seguendo i passi di un
combattente o un investigatore, ma entriamo letteralmente nei panni
di chi s’è trovato la propria città sotto attacco e non può fare
altro che scappare e salvare la pelle, dimentichi dopo un primo
momento di ogni “cosa?”, “come?”, e “da dove?”, come piace tanto al
buon J.J. .
L’idea così innovativa e così a conti fatti mal gestita in “Blair
Witch Project” di mostrare le riprese di una camera amatoriale s’è
rivelata vincente, smentendo tutti i dubbi che avevo.
Già nella premessa infatti vengono presentati tutti i protagonisti e
con tre battute ben congeniate alla camera ne comprendiamo i
caratteri, i rapporti e le attitudini. Hud, per esempio, è
perfettamente delineato nella sua riluttante incertezza a prendere
la videocamera, preso anche troppo seriamente dall’appendere uno
striscione alla parete, e nel goffo e insistito approccio con
Marlena, vedere per credere.
Mi ha invece parzialmente deluso la figura di Rob: troppo “eroico”,
decisionista, razionale e tagliato con l’accetta per sembrare uno
che fino a poche ore prima programmava la sua vita lavorativa e si
rilassava con gli amici. L’unico figura palesemente hollywoodiana in
mezzo a personaggi "presi dalla strada”.
Il rapporto tra Rob e Beth è fotografato in pochissime battute e
l’espediente della cassetta sovraincisa che mostra qua e là parti
del video precedentemente impressovi (riprese di Rob e Beth a casa e
in gita a Coney Island, nel territorio dei Guerrieri…) è riuscito
nel suo intento.
Piccola perplessità relativa ai protagonisti: ma si può fare tutto
quello che fa il personaggio in questione dopo diverse ore con un
tondino da 1.5 cm di diametro piantato a pochi cm dal cuore, con
verosimilmente un polmone perforato e una scapola sbriciolata?
Un consiglio per gustarsi al meglio un film adrenalinico e dal
ritmo, inevitabilmente, frenetico: andate a vederlo in un cinema
all’altezza, munito di un sistema dolby con i fiocchi.
Anche perché il sospetto che abbiano investito negli effetti sonori
almeno lo stesso che in quelli visivi è forte.
Assistere a Cloverfield senza che vibri la poltrona ad ogni passo
della creatura è un’ esperienza sicuramente modesta che non rende
giustizia al film.
Per concludere, un lavoro sicuramente ben confezionato, un prodotto
per molti aspetti più innovativo di quanto non ci si renda ancora
conto e le basi per una serie di film in cui presumibilmente
finiremo per scoprire tutto quello che c’è da sapere sulla creatura,
sperando di non farlo seguendo il solito scienziato controcorrente o
il militare tormentato.
A parte, una meritata menzione d’onore alla scena in cui la creatura
sorprende i protagonisti a Central Park: difficile accorgersi di
avere a 5 metri un bestione alto quanto 25 piani di palazzo solo
quando si volge lo sguardo dietro le proprie spalle…
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