CONTRO LA SOCIETA' DELL'ORECCHINO
di
Mi scaglio con il fare di chi ha la certezza dalla propria parte contro nuovi simboli, tanto di moda quanto grezzamente animaleschi.
L’orecchino, il piercing, il tatuaggio.
Cosa spinge la gente a deturpare il proprio corpo in tal maniera? E’ solo la consuetudine ad incoraggiare sempre più persone a forare nei posti più impensabili la propria carne?
Perché devastare la propria pelle con dell’inchiostro è, da alcuni, ritenuto affascinante?
E ancora.
Perché critico questi “riti”? Il loro essere così brutali e selvaggi basta per ghettizzare un ipotetico tatuato o un “amante del ferro”?
E’ assolutamente necessario, prima di continuare, distinguere tra norma ed eccesso. Ovviamente le parole accesamente critiche che ho mosso e che muoverò si rivolgono esclusivamente all’esagerazione, all’eccedenza e alla forzatura. Ditemi voi come potrei esprimere frasi negative riguardo un qualcosa di sobrio, piccolo e magari anche elegantemente fine.
Ma andiamo con ordine, in maniera tale che il senso delle mie parole non venga frainteso.
L’orecchino. Se piccolo, al posto giusto e non particolarmente appariscente risulta addirittura gradevole. Quando invece parliamo di pezzi di ferro deformi, pacchianamente sovradimensionati e accompagnati da pendenti di vario genere ovviamente, non c’è il bisogno di dirlo, tutto assume un che di triste e clownesco. Senza contare coloro i quali riempiono ogni centimetro quadrato di cartilagine di orecchio con ammennicoli di vario genere, cosa che definire di dubbio gusto appare riduttivo.
Piercing. Si dice che il mondo è bello perché è vario, perché le persone sono diverse e hanno tutte gusti diversi. A prescindere che sulla bellezza della diversità ogni cosa è da dimostrare, penso che quando si parla di certi discorsi la verità risulta invero scontata. Oggettività e soggettività si avvicinano fino a sfiorarsi. Non si può negare l’innegabile, guardare l’inguardabile o apprezzare il “brutto”. Uno sguardo o un ombelico. Un orecchio o un sopracciglio. Una lingua o un naso. Fino ad arrivare all’impensabile e all’indicibile. Un pezzo di ferro, che può avere forme diverse o essere accompagnato da fondi di bottiglia, rimane sempre un pezzo di ferro. Mi stupisco quando guardo esili e delicati visi femminili deturpati da un bullone che sporge da sopra un occhio. Inorridisco al solo pensiero del dolore subito e del sangue versato per fregiarsi di un simile fronzolo metallico.
Tatuaggio. Concludo questa carrellata di obbrobriosità parlandovi d’un qualcosa che teoricamente potrebbe essere difendibile, anche se la realtà appare tristemente diversa. Un piccolo disegno, magari posizionato in una parte nascosta del corpo potrebbe avere un senso, ricordare un evento. Un serie di “affreschi” che ricoprono spalle, petti, braccia, schiene ovviamente sono solo il frutto di pazzie o di qualche particolare perversione. Ma la cosa che mi fa rabbrividire è l’eternità del gesto, il fatto che nell’istante in cui con ago e inchiostro la pelle viene incisa ogni cosa rimarrà immodificata per sempre. Tutto questo mi spaventa. Senza contare il fatto che la pelle tirata e lucida di chi ha nelle vene la giovinezza ha caratteristiche differenti da quella d’un settantenne, sgualcita dal tempo che inevitabilmente passa, che non guarda in faccia una macchietta deforme di inchiostro che in un lontano passato aveva un senso.
Vorrei ora illustrarvi anche la differenza che intercorre tra persona e persona. L’uomo ha maggiore libertà di scelta, eccezion fatta per i piercing, che rimangono in qualsiasi caso un’oscenità e gli orecchini, ovviamente peculiarità femminile. Per quanto riguarda i tatuaggi, risulta naturale per chi scrive dirvi che per una donna equivale a deturparsi. Se la cosiddetta emancipazione femminile passa anche attraverso il voler assomigliare in tutto e per tutto all’uomo, ebbene miei cari, mi domando perché Dio ci ha creati in partenza così diversi.
Una considerazione per terminare degnamente questo scritto.
Ho la malinconica impressione che molta gente nel seguire mode temporanee e fugaci non guarda oltre il proprio naso. Son certo che chi si fa trascinare da simili vizi non coglie il senso dell’importanza del tempo che passa. Vedo intorno a me quanto un abbaglio estivo per molte persone sia diventato un’ombra che le accompagnerà per tutta la vita.
Dall’ inevitabile non possiamo fuggire. Perché oggi si tende invece a rincorrere l’evitabile?
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