Marx e Shylock è il titolo di un bel saggio di filosofia morale degli anni Ottanta, in cui si tratta, principalmente, dei rapporti tra il filosofo tedesco ed il mondo ebraico, a partire dai suoi articoli sulla questione ebraica, che, ai tempi, erano decisamente controcorrente; abbiamo deciso di rispolverare questo connubio, all’apparenza bizzarro, poiché crediamo che sintetizzi in maniera efficace la storia economica del secondo Novecento, costantemente divisa tra Welfare State e "libbre di carne", tra utopie e realtà, insomma: tra comunismo e capitalismo, per dire in breve.
Oggi, ci è molto facile risolvere la questione: il comunismo ha perso (anche se qualcuno, in Italia, fa finta di non accorgersene), mentre il capitalismo trionfa, pur se con un volto che la chirurgia estetica del politically correct ha cercato di rendere meno sgradevole agli occhi della gente.
Nella realtà, però, le cose, come sempre accade, sono un tantino più complesse; ed esse ci impongono una brevissima premessa di filosofia della storia, che, anche se risulterà forse noiosetta, ci pare necessaria ed è, quantomeno, dovuta, giacché se il comunismo come sistema politico-economico è stato sconfitto dalla storia, proprio nella storiografia il marxismo, come atteggiamento ideologico-culturale, continua imperterrito a dominare, nonostante che, anche in questo settore, la sua dottrina mostri i gomiti lisi e le scarpe sfondate.
La storiografia degli ultimi cinquant’anni, dunque, Ë stata pesantemente influenzata da una serie di pregiudizi di carattere ideologico, assunti, per una serie di ragioni, a vero e proprio dogma.
Innanzi tutto, ciò è accaduto per l’idea teleologico-funzionale della storia secondo i marxisti: lo scopo della ricerca e della pubblicazione, per un marxista, non Ë quello di ricostruire nel modo più onesto possibile un fatto, un periodo, un fenomeno, bensì di preservare il popolo bue, considerato, in sostanza, un conglomerato di semideficienti sotto tutela, dall’apprendimento di nozioni o dalla conoscenza di notizie che gli risulterebbero dannose e lo distoglierebbero dalla retta via, che, guarda caso, è quella stabilita per lui dalla intelligentsija.
Di qui deriva l’atteggiamento degli storici di sinistra nei riguardi di chi dissente da loro: finché comandavano con poteri assoluti nemmeno ti lasciavano parlare, mentre oggi, che il loro mondo sta andando a remengo, si rifiutano di affrontare pubblici contraddittori, dibattiti o conferenze, adducendo la patetica scusa dell’impossibilità di dialogo con gli antidemocratici (che sarebbero, va da sé, gli storici non di sinistra).
Certo non secondario, poi, è il fatto che ridurre ogni fenomeno storico ad una somma di tabelle, grafici e tabulati, sostituendo la sensibilità del ricercatore con la pedanteria dello statistico, è un’operazione comodissima per chi non abbia una grande preparazione culturale alle spalle e, soprattutto, per chi affronti il mestiere dello storiografo senza una grossa carica umana ed un briciolo di sensibilità: gli uomini diventano numeri, gli anni diventano unità di misura, le famiglie diventano classi sociali e via discorrendo.
La ragione definitiva di questo dogmatismo consiste, tuttavia, nella spaventosa dipendenza degli storici di sinistra dal potere politico: l’apparato culturale comunista è stato per decenni un meccanismo perfettamente oliato, che ha badato tenacemente a costruire una "Controitalia", sgretolando tutti gli elementi identitari della Nazione, cercando, un po’ alla volta di sostituirli con quelli dotttrinali della propria infame ideologia; in questa operazione, in cui sono stati usati tutti i mezzi, leciti ed illeciti, per ottenere lo scopo, dall’intimidazione al sarcasmo, dalla disinformazione mirata alla violenza fisica, il ruolo dello storico Ë stato fondamentale.
Allo storico è spettato il compito di ripetere a stufo una serie di ritornelli che, pur asserendo verità tutte da dimostrare, a forza di esibirli ecolalicamente, sono diventati realtà indubitabili; e questo capillare lavoro di lavaggio del cervello è avvenuto dovunque vi fossero un docente ed un discente, dall’università alle scuole dell’obbligo.
Per questo, oggi Ë molto difficile scrivere e parlare di storia in un modo indipendente e libero da pregiudizi: le solite accuse infamanti sono lì, belle e pronte per ogni occasione, in attesa del nemico di turno su cui scagliarle, per screditarlo agli occhi della gente.
Di queste, la più diffusa è “revisionista”, di cui abbiamo giù parlato: il termine è di origine economica, ed è stato adattato alla storia non senza qualche forzatura; ma la macchina della disinformazione ha ben lavorato, e la gente qualunque oggi non ha la più pallida idea di ciò che significhi “revisionista”, ma sa che è qualcosa di terribile e di profondamente antidemocratico, tanto da non leggere ciò che scrive un untore bollato di revisionismo e da disertare le sue conferenze.
Io sono revisionista, ci mancherebbe: sono uno storico, mica un buffone; e la storia altro non è che la sovrapposizione di infinite revisioni su di una primitiva “visione”, che, purtroppo, il più delle volte è andata perduta o è troppo influenzata dal punto di vista di un narratore tanto coinvolto in prima persona negli eventi da risultare attendibile; soltanto chi consideri la ricerca storica come qualcosa di catastematico, di concluso, immobile ed intoccabile (ricordate: "La Resistenza non si tocca!"?) può aver coniato un termine il cui significato è, di per sé, il prodotto di un ossimoro mentale.
Il termine "revisionismo", perciò, o non ha senso, semplicemente, o è una vox media, che non ha nessun valore negativo e che potrebbe applicarsi tranquillamente a tutti gli storici che facciano con un minimo di serietà il proprio mestiere.
Questo e non altro.
Il preambolo deve fungere da viatico per affrontare il tema centrale di questo inserto, che è la storia economica: noi non vogliamo evitare l’importante tema dell’economia e dei suoi influssi pesanti e, spesso, pesantissimi, sullo svolgersi degli eventi storici; tuttavia, volevamo che fosse ben chiaro (e in modo, speriamo, definitivo) il fatto che l’economia è soltanto uno, e non sempre il più importante, dei fattori che hanno determinato la storia del Novecento, che è storia di uomini e non di mercati: una storia influenzata dalle mode e dalle fedi, dai sogni e dalle pazzie, dall’avidità e dalla generosità degli uomini; perché, in fondo, la storia degli uomini non ci deve fare dimenticare la storia dell’uomo.
Quell’uomo che per la cultura marxista, dietro tante belle parole, il più delle volte è stato solo un numero.
E, qualche decina di milioni di volte, è stato un numero cucito su di una giubba da internato o scritto col carboncino su di una croce di legno.
Non si illudano i signori storici di sinistra: loro possono anche fare finta di non avere scritto o detto certe cose, ma noi ce le ricordiamo benissimo e le ripeteremo all’infinito a chi avrà la bontà di leggerci o di starci a sentire.
Come dicevamo siamo storici, mica buffoni.
LA GUERRA: UN GRAN BELL’AFFARE!
Sostenere che una guerra sia un bene, al di là di qualche boutade marinettiana, ci pare un tantino azzardato; tuttavia, per l’economia degli USA, la seconda guerra mondiale Ë stata davvero, come già avevamo anticipato quando ci siamo occupati della crisi del ’29, decisamente un toccasana.
Quando i carri armati di Hitler invasero la Polonia, negli USA c’erano ancora dieci milioni di disoccupati, mentre, grazie all’enorme sforzo chiesto all’industria dalla produzione bellica, nel 1945 i disoccupati erano scesi a soli due milioni: Gore Vidal, intellettuale statunitense decisamente fuori dal coro, sostiene che ancora oggi l’industria americana si regga sulle guerre, senza le quali inizierebbe a boccheggiare; questo spiegherebbe il fatto che, quando non ci sono conflitti in giro, il Pentagono si inventi qualche crociata in difesa della pace mondiale e , di fatto, metta in piedi una nuova guerra dal nulla: gli esempi, anche recentissimi, non mancano.
Gli USA uscirono dalla guerra più forti, più competitivi e, soprattutto, indenni da un punto di vista infrastrutturale, rispetto ai competitori economici europei, prostrati dai sacrifici bellici, con gran parte degli impianti produttivi danneggiati ed una produzione industriale che raggiungeva a stento la metà di quella del 1939.
La vecchia Europa si dibatteva tra i gorghi di un debito pubblico cresciuto spaventosamente (più o meno del 300%) e di un’inflazione che aveva aumentato il costo della vita di due volte e mezza rispetto a prima della guerra (non in Italia, in cui l’aumento fu del 2000%!).
Questo diede agli Stati Uniti un vantaggio incolmabile, nonché una supremazia finanziaria assoluta su tutto il pianeta.
Nel 1945, tanto per capirci, gli USA detenevano il 75% dei capitali investiti nel mondo ed il 70% delle riserve auree della terra; dagli USA, inoltre, proveniva la maggior parte dei prodotti finiti che circolavano nel mondo: l’80% delle automobili e degli aeroplani, il 52% dell’acciaio, il 58% del petrolio.
Forti di questa situazione, gli USA, già nel 1944, durante gli accordi di Bretton Woods, riuscirono ad imporre il proprio punto di vista in tema di politica economica ai propri partners (44 paesi): questi accordi divennero operativi nel dicembre del 1945.
Le condizioni erano chiare: libera convertibilità monetaria, rinuncia al protezionismo a favore dello sviluppo di un libero mercato (a tutto vantaggio di chi aveva un’economia più forte, ovviamente) e centralità monetaria internazionale del dollaro, unica divisa convertibile in oro (gold exchange standard), che avrebbe soppiantato la sterlina: nasceva lo SMI (Sistema Monetario Internazionale), con rapporti di cambio fissi tra le valute (basati sul loro rapporto col dollaro), il cui organo decisionale divenne il FMI (Fondo Monetario Internazionale), che funzionava da giudice in questioni valutarie internazionali.
Di fatto, dopo Bretton Woods, il dollaro divenne la moneta ufficiale per le grandi transazioni internazionali, legando a doppio filo l’economia mondiale a quella statunitense: se il dollaro valeva poco, importare conveniva ed esportare no, se valeva molto, era l’esatto contrario: si diceva della banconota verde che era as good as gold, buona quanto l’oro.
Se, per quanto riguardava la questione valutaria, gli USA avevano risolto i propri problemi, rimaneva, però, la questione di con chi instaurare proficui scambi commerciali: in buona sostanza bisognava ricreare un mercato, senza il quale le automobili ed i frigoriferi dello zio Sam gli sarebbero restati sulla groppa: per questo motivo, gli americani organizzarono una conferenza con i 25 paesi economicamente più importanti del mondo (esclusi quelli del blocco comunista, che non aderirono neppure al FMI), in cui si desse il via libera agli scambi commerciali su scala planetaria.
Questa conferenza, che prese il nome di GATT (General Agreement on Tariffs and Trade), si tenne a Ginevra, nel 1947 e sancì l’abbassamento dei dazi doganali, l’illimitatezza delle importazioni, l’abbandono del protezionismo e la pianificazione economica mondiale a scansione periodica: insomma, una conferenza che potremmo definire "su misura" per le esigenze degli USA.
Come si è già detto, la prima azione concreta degli USA per ricostruire quel mercato europeo, di cui essi avevano disperato bisogno, fu il Piano Marshall, sul quale non aggiungiamo nulla, rimandando il lettore all’inserto nel quale l’argomento è ampiamente trattato; indichiamo, viceversa, in questa sede, le strutture che controllavano ed organizzavano le forniture di aiuti all’Europa, vale a dire l’americana ECA (Economic Cooperation Administration), che presiedeva alla distribuzione all’Europa, e l’europea OECE (Organizzazione Europea di Cooperazione Economica), che, invece, divideva gli aiuti tra i vari paesi aderenti al piano.
Grazie a questa politica di ricostruzione, nel 1950 l’Europa era pronta a diventare un grande mercato per gli USA; ma stava cominciando anche a diventare qualcos’altro.
LA CRESCITA ECONOMICA
Fra il 1950 ed il 1975, il PIL dei principali paesi industrializzati si triplicò; per contro, i paesi poveri divennero, se possibile, ancor più poveri: questo fu il costo del “boom” economico.
Tuttavia, non si può andare contro la storia, né contro le leggi di mercato: la prima ci insegna che la decolonizzazione ha gettato molte ex colonie nell’abisso di feroci guerre civili o, nel migliore dei casi, nelle braccia di dittature del tutto disinteressate ai destini del proprio popolo, mentre la seconda, confucianamente, ci ricorda che non basta regalare un pesce ad un affamato, se si vuole risolvere in modo definitivo il problema della sua sopravvivenza: bisogna insegnargli a pescare!
Solo che, in questo caso, insegnare ai paesi del terzo mondo a pescare avrebbe significato crearsi la concorrenza da sé: e nessuno che abbia dimestichezza con l’intrapresa farà mai questo errore; figuriamoci gli americani!
CosÏ, la crescita economica, che durò ininterrottamente per venticinque anni, riguardò solo i paesi occidentali, cui dobbiamo aggiungere il Giappone, benché la via giapponese al capitalismo contenga elementi peculiari, ideologici prima che economici, assai difficili da comprendere da parte nostra.
Questi paesi, nel 1961, diedero vita ad un organismo votato a proseguire l’opera dell’OECE in termini di sviluppo del commercio mondiale, l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), che vide la partecipazione dei paesi dell’Europa occidentale, degli USA, dell’Australia, della Nuova Zelanda, del Canada e del Giappone.
Le ragioni di questo vero e proprio "boom" sono molte: certamente l’aumento della popolazione (baby boom) fu uno dei motivi di questo fenomeno; le nascite, sull’onda dell’ottimismo, aumentarono, mentre le morti, grazie a nuovi farmaci, come gli antibiotici, diminuirono; e i nuovi cittadini avevano voglia di benessere, il che si traduceva in bisogni e, quindi, in consumi.
Gli scambi internazionali si perfezionarono e cominciarono a nascere agglomerati economici internazionali, in cui il libero scambio diventava assoluto, come il Benelux (Belgio, Olanda e Lussemburgo) o la CEE (Comunità Economica Europea).
Un altro motivo di crescita consistette nel basso costo di materie prime e, soprattutto, del petrolio, che era la maggior fonte di energia al mondo; questo, almeno fino al rialzo dei prezzi del greggio, negli anni Settanta, determinò larghi margini di guadagno per l’industria occidentale.
Inoltre, si affermò definitivamente il concetto di deficit spending keynesiano, ossia la dilatazione del debito pubblico in ragione di continui e massicci investimenti statali in opere pubbliche ed infrastrutturali, che ebbe in Europa una forte valenza sociale, in termini sia di lotta alla disoccupazione che di attenzione per le esigenze dei cittadini: quello che ancor oggi si chiama (talvolta un po’a sproposito) Welfare State.
A lungo andare, questa dottrina avrebbe mostrato tutti i suoi limiti, giacché, un po’ alla volta, il debito pubblico avrebbe consumato il valore della moneta, per mezzo dell’inflazione.
Grazie al continuo investimento e reinvestimento in nuove tecnologie, la produzione industriale aumentò in efficienza, creando un legame sempre più stretto tra ricerca scientifica ed applicazioni tecnologiche; e se, dapprincipio, la maggiore produttività si dovette soprattutto ad un affinamento di dottrine di produzione a catena già note, a partire dagli anni Settanta vi fu una svolta tecnologica ed imprenditoriale (robotizzazione, strutture di marketing, informatizzazione) tale da giustificare la definizione usata da alcuni storici di terza rivoluzione industriale.
IL MIRACOLO ITALIANO
Come si sa, l’Italia, alla fine della guerra era un paese alla frutta: già prima della guerra eravamo un popolo prevalentemente di agricoltori e la nostra industria era arretrata, rispetto a quella delle grandi potenze economiche; nel 1945, quel poco che avevamo era a pezzi: le industrie erano gravemente danneggiate, l’inflazione galoppava e la gente non trovava lavoro.
Tuttavia, c’era in tutti una grande voglia di risollevarsi.
Il ministro Einaudi riuscì entro il 1947 a governare l’inflazione, con provvedimenti drastici, come l’aumento della pressione fiscale, la svalutazione, e la restrizione del credito, creando un paio di milioni di disoccupati; poi, la vittoria elettorale del centro moderato e liberista diede agli industriali il la per iniziare la propria espansione.
Tra il 1948 ed il 1951, il Piano Marshall portò in Italia aiuti per 1.300 mln di dollari, che, se per la maggior parte finirono in derrate alimentari, pure valsero ad iniziare a rappezzare le nostre industrie.
Una volta iniziata la crescita economica, l’Italia stupì il mondo, mantenendo per più di vent’anni un incremento medio annuo del PIL intorno al 5,7%; in questi vent’anni la fisionomia del Paese mutò radicalmente: innanzi tutto, la maggioranza degli italiani passò dall’occupazione nell’agricoltura a quella nell’industria; inoltre, questa industrializzazione frenetica portò ad una crescente richiesta di manodopera, con un flusso di milioni di contadini meridionali al Nord, allo scopo di trovare impiego nelle grandi fabbriche del triangolo industriale, con un totale stravolgimento della geografia umana dell’Italia.
Le ragioni di questo miracolo economico non sono poi tanto complesse e, sono le stesse della maggior parte dei miracoli economici degli ultimi trent’anni: il basso costo della manodopera e, perciò, la competitività delle esportazioni.
L’Italia produceva beni durevoli (le Fiat, per esempio) a basso costo, che venivano esportati in paesi più ricchi, in cui il costo della manodopera era considerevolmente maggiore e dove, perciò, i prodotti italiani risultavano assai convenienti.
Naturalmente, chi pagava il prezzo di questo miracolo economico erano gli operai, che, grazie ad un stipendio sensibilmente inferiore a quello dei loro equivalenti tedeschi o francesi, permettevano di mantenere i prezzi dei prodotti a livelli molto più bassi di quelli della concorrenza internazionale: il miracolo cominciò a perdere colpi quando, alla fine degli anni Sessanta, gli operai iniziarono a scendere in piazza.
LA FINE DEL LIBERISMO ITALIANO
Lo Stato italiano non poteva, obiettivamente, mantenere un atteggiamento liberista in un Paese come il nostro: troppi interessi sotterranei, troppi dissesti, insomma, troppo disordine.
Così, poco a poco, lo Stato divenne interventista, prendendo ad occuparsi sempre più attivamente dell’impresa nazionale.
Nel 1950 fu creata la Cassa per il Mezzogiorno: un carrozzone mangiamiliardi con l’obiettivo teorico di favorire lo sviluppo del nostro Meridione, e di cui non vale la pena di parlare, se non per dire che fu un baratro che ingoiò milioni di miliardi dei quali solo una piccolissima parte giunse ai beneficiari, ossia alla gente del Sud: il resto rimase nelle tasche dei soliti, noti ed ignoti, fino allo scioglimento di questo ente di "intervento straordinario", che sopravvisse fino al 1983!
Fu rilanciata la mussoliniana IRI, che nel 1952, col piano Sinigaglia (presidente di FINSIDER), prese le redini della siderurgia italiana, grazie ai tre megaimpianti di Bagnoli, Piombino e Cornigliano: un po’ alla volta, l’IRI allungò i suoi tentacoli su tutti i settori dell’economia nazionale, grazie alla guida illuminata di uomini del calibro di Romano Prodi e diventando anch’essa un carrozzone pieno di grands commis di stato: i cosiddetti "boiardi", che ancora oggi infestano lo scenario economico nazionale.
Risale, invece al 1953 la fondazione dell’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), nato per garantire all’Italia l’approvvigionamento energetico.
Il presidente dell’Eni, Enrico Mattei, fece, in realtà molto di più: con una politica spregiudicata e, spesso, strizzando l’occhio a regimi ufficialmente nostri nemici, egli riuscì ad ottenere vantaggiosi contratti di sfruttamento petrolifero, a tutto danno delle famigerate Seven Sisters, ossia il cartello dei massimi produttori di benzine del pianeta.
Questo gli costò la pelle, giacché il suo aereo personale esplose nel cielo di BescapË, dando inizio ad un caso che ancora oggi appassiona e che non Ë stato mai risolto (forse perché bisognerebbe andare a scavare tra i rapporti mafia-politica-Stati Uniti, e non sarebbe carino!).
Nel 1956, allo scopo di gestire le moltissime industrie in cui, ormai, lo Stato aveva una sua forte rappresentanza, nacque il ministero delle Partecipazioni Statali, mentre le società con capitale pubblico furono raggruppate in enti autonomi di gestione, che, oltre alle già citate IRI ed ENI, furono, tra il 1958 ed il 1971, l’EAGAT, l’EGAM, l’EFIM e la GEPI.
Se si può pensare che, almeno all’inizio, il fine di questa massiccia presenza dello Stato nell’impresa fosse quello di garantire uno sviluppo compatibile con lo stato sociale, davvero possiamo dire che, in breve, questo controllo divenne ingerenza, il cui fine ultimo sarebbe stato quello di consolidare un potere politico e clientelare, oltre che, come ben sappiamo, quello di finanziare illecitamente i partiti.
Nel 1962, infine, fu nazionalizzata l’industria elettrica e nacque l’ENEL.
In tutto questo scenario, si andò ad inserire il problema dello sviluppo del Mezzogiorno: oltre alla già citata Cassa, lo Stato azzardò alcuni tentativi di intervento, che fallirono miseramente.
Uno di questi fu, certamente, la riforma agraria messa in atto, nel 1950, da De Gasperi: si trattava, in pratica, di una parcellizzazione di terre espropriate, che, divise in fondi assai piccoli, venivano assegnate a contadini bisognosi.
Di fatto, questi fondi erano troppo piccoli per sopravvivere con le proprie forze, ed essi si trasformarono, ben presto, in sacche di assistenzialismo statale.
Quando il boom economico stava galoppando, si cominciò, inoltre, a parlare di Poli di sviluppo: in pratica, l’idea era quella di cominciare l’industrializzazione del Sud costruendo colossali poli industriali in zone ben delimitate; questi poli avrebbero determinato poi, per via dell’indotto, lo svilupparsi di una rete capillare di imprese minori.
Nacquero così i grandi complessi petrolchimici meridionali, come quelli di Gela o di Crotone, per esempio: tra il 1950 ed il 1970 lo Stato gettò nel progetto dei Poli di sviluppo la bella cifra di 21.000 mld (di allora).
L’idea, non sarebbe parsa barbina, se non ci fosse stato l’insignificante problema dell’assenza totale di quelle infrastrutture che permettono ad una regione di svilupparsi industrialmente; questo i privati lo sapevano benissimo, infatti, a fronte di enormi investimenti statali, essi si guardarono bene dall’imbarcarsi in un’impresa votata al fallimento: i Poli di sviluppo vennero ribattezzati "cattedrali nel deserto" ed il divario tra l’economia del Nord e quella del Sud, anziché diminuire aumentò.
Quando, nel 1971, il presidente americano Nixon ordinò la sospensione della convertibilità del dollaro, cancellando, di fatto, gli accordi di Bretton Woods, l’Italia era un paese completamente diverso da quello uscito malconcio e disperato dalla seconda guerra mondiale.
Avevamo avuto il boom economico, è vero; ma avevamo scoperto nuovi aspetti inquietanti della nostra civiltà: il consumismo, l’esterofilia, la speculazione edilizia
e, dietro l’angolo, ci sarebbe stata la dura resa dei conti, con l’esplosione di tutti i malesseri sociali rimasti a covare negli anni della grande illusione: iniziava la stagione caldissima degli anni di piombo!
|
|
![]() |





Tutto per Msn Messenger
Musica, Teatro e Cinema
