ECONOMIA, CAPITALISMO, SINDACATI
CAPITOLO SESTO
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Tratto da "La mia Italia" di Michelangelo Carrieri
Viterbo, lì 29/06/2008 13.30
Mi accingo ora a parlare dell’economia nazionale e di quelle che dovrebbero essere le sue ramificazioni nella società e nello Stato.
Per quanto mi riguarda, l’elemento “capitale” è da liberare ulteriormente e da potenziare soprattutto in Italia, dove il giogo statale ha per troppo tempo malamministrato gran parte del mondo finanziario. Il liberismo capitalista è una gerarchia e non solo una rapace accumulazione di ricchezze. Solo grazie a questo sistema avviene un’elaborazione, una selezione e una coordinazione di valori. E’ indubbio che il capitalismo ha il merito di infondere tra i lavoratori un senso più ampiamente sviluppato della responsabilità individuale e li porta ad affrontare la realtà con maggiore assennatezza. Senza il capitalismo l’Italia non si sarebbe rialzata dopo la tragedia dopo la tragedia della Seconda Guerra mondiale. Tutti i sistemi di economia associata, monopolistica e cooperativistica, i quali prescindono dalla libera iniziativa e dagli impulsi individuali, sono falliti più o meno pietosamente in un rapido volgere di tempo.
In luogo d’una inutile e dannosa “lotta di classe” , auspico la realizzazione d’una più costruttiva collaborazione, col fine di non buttare al vento energie fisiche e mentali. Se tutte le categorie del popolo italiano, da quella che lavora con le braccia, a quelle che ripartiscono e distribuiscono la ricchezza, a quelle che realizzano risparmio e lo investono nella produzione,si mettono d’accordo nel constatare la necessità di disciplinare e di armonizzare tutti gli sforzi, l’Italia avrà un futuro fatto di vittorie economiche, sia a livello nazionale che internazionale. Le direttive di politica interna si riassumono in queste parole:economia,lavoro,disciplina . Il Governo deve sapere aiutare intelligentemente tutte le forze produttive della Nazione, incentivarle a creare ricchezza e occupazione, lasciare all’iniziativa privata il suo libero gioco, rinunziare ad ogni legislazione interventistica o vincolistica (che può appagare la demagogia delle sinistre, ma alla fine riesce assolutamente dannosa agli interessi e allo sviluppo dell’economia, come l’esperienza dimostra).
Alcune frange del sindacalismo italiano rappresentano un vero e proprio problema. Qualsiasi logica porta a pensare che un sistema in cui certi sindacati sono legati a partiti politici è controproducente, perché carico di pregiudiziali. L’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi, non venire gestita da una congrega più o meno numerosa di politicanti tesserati. In Italia la politica dei partiti assassina il sindacalismo, in quanto i criteri politici di alcuni dei suoi dirigenti prevalgono senza dubbio su quello che è il reale compito di queste organizzazioni, vale a dire difendere gli interessi economici e professionali dei lavoratori. Il fatto che durante i cinque anni di governo centro-sinistroide i principali sindacati italiani sono letteralmente caduti in letargo per poi bruscamente risvegliarsi dopo il 13 maggio, non fa altro che avvalorare le mie parole. Un personaggio come Sergio Cofferati parla oramai da leader (?) politico, non più da leader sindacale.E’ quindi una conseguenza naturale paragonare le sue parole a quelle di uno degli innumerevoli capofila di partito che costellano l’opposizione parlamentare e non solo. Può certa gente difendere seriamente e credibilmente gli interessi dei lavoratori? A essere difesi sono, al massimo, alcuni vetusti e insignificanti principi sbandierati dalle sinistre di ieri, oggi e domani.
E’ necessario comunque che i datori di lavoro non approfittino del loro potere per soddisfare stupidi egoismi; gli operai e i dipendenti di qualsiasi azienda devono essere considerati come gli elementi necessari alla produzione: è essenziale difendere dunque i loro interessi, poiché ciò significa difendere gli interessi della Nazione.
La filosofia economica rinnovatrice che il nuovo Governo sta diffondendo tra la gente ha il merito di abbassare le tasse e di incentivare i consumi (e quindi l’economia). Per ora è prematuro iniziare a dare i voti a questo Governo, dato che gli eventi internazionali (guerre, terrorismo, crisi dell’industria pesante) stanno influendo eccessivamente al ribasso su quelle che sono le previsioni economiche di tutti i paesi industrializzati mondiali.
Solo in futuro, quando i tempi saranno più tranquilli, potremo con maggiore serenità giudicare la validità del liberismo berlusconiano.
Se l’economia della Nazione va a precipizio, tutto quello che vi è dentro, istituzioni, uomini e classi, è destinato a subire l’identica sorte.
E’ quindi compito della gente credere, lavorare e operare affinché siano l’Italia e gli Italiani a beneficiarne.
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