Mastella a casa
Mastella nei
guai, non lo vuole più nessuno
E così che Clemente perse il suo potentato.

Chi troppo vuole, nulla stringe.
C'è una morale irresistibile nella fabula politica di Clemente
Mastella, e fin troppi proverbi la certificano con impietosa e
variegata efficacia.
Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino; tanto va
la secchia al pozzo, che ci lascia il manico; chi troppo
intraprende, poco finisce; chi ti adula ti tradisce; chi troppo
in alto sale, cade sovente: precipitevolissimevolmente. Di
quest'ultimo adagio esiste una versione orecchiabile dalle parti
di Ceppaloni: cchiù 'ncoppa se saglie, cchiù butto se piglia, là
dove "ò butto" sarebbe il botto, il rumore di un corpo che
precipita al suolo. Politicamente, s'intende.
Ecco, appare chiaro che in questa delicata fase politica,
appunto, il mastellismo ha fatto il botto. La riprova è che
Mastella, come leader, marito, cognato, suocero, padre e padrone
dell'Udeur, non lo vuole più nessuno. Non lo vuole Berlusconi,
non lo vuole Casini, non lo vuole nemmeno il tenutario dello
scudo crociato, Pino Pizza, il che è tutto dire. Per cui
tornando ai proverbi, che per un personaggio ruspante come lui
dovrebbero essere pane quotidiano, si può azzardare che Clemente
non soltanto è rimasto solo, ma pure male accompagnato. Quanto
alla riconoscenza del Cavaliere, che nemmeno s'è degnato di
rispondere al telefono alla signora Sandra, e di tanti amici
imprenditori e giornalisti e beneficiati vari, beh, anche qui:
chi fa del bene agli ingrati, Dio l'ha per male. E gli dei del
potere anche peggio.
Sia risparmiato qui l'ingrato compito di ricostruire, nome per
nome, regione per regione, campanile per campanile, il
precipitevolissimo crollo - e non ancora concluso - del piccolo,
ma compatto potentato mastelliano. L'emorragia campana, i
rivolgimenti sanniti, fin dentro il natio borgo ceppalonico,
quindi la rotta del Molise, i disastri calabri, l'insurrezione
pugliese, i tradimenti lucani. Ovvio: la lealtà in politica è
parola sconosciuta. Ma a integrazione del clima da fuggifuggi
vigente nell'Udeur, basti far presente che molti se ne sono
andati per mero e prevedibile opportunismo, mentre diversi altri
nemmeno l'hanno potuto fare perché agli arresti, alcuni - vedi
l'Espresso dell'altra settimana - anche con capi d'accusa niente
affatto rassicuranti.
Più istruttivo che delineare lo scoppio dell'Udeur a livello
locale può essere osservarlo nel cuore e nella testa del suo
fondatore. Che è sempre passato per essere - e lo era,
senz'altro, finora - un politico abile e addirittura
intelligente: solo che a un certo punto Mastella si è come messo
nei guai da sé denunciando una drammatica perdita di lucidità.
Perché è chiaro che il potere si conquista e si perde, e il suo
caso non fa eccezioni. Ma ciò che lo rende a suo modo
interessante e ne fa un esempio di questo tempo sta proprio
nella dinamica e nei dispositivi che l'hanno reso possibile.
In estrema sintesi, e con la preghiera di perdonare le
inevitabili forzature: alla prova dei fatti, il partito
personale e famigliare ad alta attrattiva mediatica ha dentro di
sé i suoi terribili antidoti e si chiama addosso i suoi risoluti
contrappassi. Detta altrimenti: Mastella sembra essersi fregato
con le mani sue. E continua a farlo.
Si prenda una delle sue ultime, confuse e insieme rabbiose
dichiarazioni: "In merito a una mia eventuale candidatura, se ci
sarà, con chi sarà, o se non ci sarà, questo dipenderà soltanto
da me". Solo io. Me. O al massimo noi, famiglia, clan. L'ipotesi
è che questo estremismo personalizzato, questo orizzonte
esclusivo e iper reclamizzato abbia accecato e perso il
mastellismo. Perché l'amore coniugale e la famiglia sono cose
bellissime, ma non perché portano voti o per la ragione che
piacciono moltissimo alle gerarchie ecclesiastiche, cui
oltretutto piace assai di vederle sui rotocalchi o in tv, fra
sorrisi, smancerie, visite a Padre Pio, preparazione di piatti
tipici e matrimoni faraonici.
E poi: Mastella è certamente un uomo affabile, spontaneo e
brillante, ma tale attitudine non sempre si combina con la
volontà di presentarsi come un "personaggio" della politica che
agli occhi, più che alle orecchie del pubblico si caratterizza
per battute pazzesche, confessioni intime e torte in faccia. Nel
corso degli anni, in effetti, egli si è offerto con entusiasmo a
qualsiasi folklorizzazione televisiva: "E sa perché? - ha
spiegato Mastella tanti anni fa - Per non far dire in giro: ma
quello è morto, non si vede più, politicamente". Resta da
chiedersi se a lungo andare questa sovraesposizione funzionale
alla sopravvivenza non si sia risolta nel suo contrario,
trasformandolo in un ex potente, campione d'impresentabilità
elettorale.
Di tanto in tanto il potere presenta il conto
all'intrattenimento. Ieri Mastella tuonava come il profeta
Geremia contro l'"abisso della moralità" e nessuno,
ragionevolmente, poteva prenderlo troppo sul serio. Ma siccome
in quell'eterna campagna elettorale che è la vita pubblica
italiana tutto è sempre molto complicato, e non di rado gli
estremi si toccano, ecco, era difficile scacciare dalla testa il
dubbio che fosse tutta una commedia. E che lui, Clemente il
grande da Ceppaloni, avesse a suo tempo fatto firmare a
Berlusconi un qualche impegno, un qualche contratto, una qualche
carta notarile d'imminente divulgazione. E allora sai i brividi
e l'allegria, a dispetto della saggezza dei popoli che comunque
si condensa nei proverbi: ride bene, chi ride ultimo.
da QUOTIDIANO Il GIORNALE
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