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Paolo
CAROTENUTO
La storia negata: il silenzio in Italia sui crimini
comunisti
tratto da
Legno Storto
I comunisti esisteranno finché non sarà fatta piena luce
sui loro crimini occultati
Ha riscosso una grande partecipazione di pubblico il
convegno che si è tenuto a Napoli sui crimini negati del comunismo in Italia
organizzato dalla Fondazione Campi Flegrei. Grazie
anche a relatori di livello assoluto, presenti giornalisti del calibro di Dario
Fertilio e Giancarlo Lehner,
oltre agli apprezzati De Simone e
Nardiello del quotidiano Il Roma, sono stati
presentati volumi di grande valore volti a rimuovere quel silenzio non casuale
che è calato su pagine ancora oggi inesplorate della nostra storia. In sostanza
non si tratta di riscrivere la storia attraverso un'azione revisionista, ma si
tratta di scoprire eventi che fino ad oggi sono stati volutamente occultati,
manipolati e falsificati. Ma chi è che ha intrapreso
questa scientifica e metodologica azione di rimozione del passato? E' stata la
domanda alla quale si è cercato di dare una risposta. Innanzitutto con Dario
Fertilio, giornalista del Corriere della Sera ed
autore de La morte rossa (edito dalla Marsilio), per
il quale si sono dette pseudo-verità per occultare
la realtà e l'essenza dei fatti. Se alla parola lager
corrisponde la definizione di campo militare per addestramento militare, se alla
parola foiba corrisponde il significato di cavità carsica più o meno profonda
prodotta dalle acque correnti, a quella di gulag si è attribuita la
corrispondente traduzione di "campo di rieducazione".
Due sono gli obiettivi perseguiti in questo modo.
Dimenticare, relegare "tra parentesi" esperienze che magari
un domani possono consentire di riprendere un discorso lasciato in sospeso;
negare, perché di fronte alla negazione dei crimini del comunismo, è più
semplice elevare simboli e bandiere di Lenin o di Che
Guevara, ovvero simboli di morte e umiliazione dei diritti fondamentali
dell'uomo e della sua dignità.
Il comunismo ha agito in maniera molto simile in tutti i Paesi nei quali
ha raggiunto il potere, dall'Unione Sovietica alla
Jugoslavia, dai paesi dell'Europa dell'Est all'Albania, da quelli dell'Asia
sovietica a quelli dell'America latina, ed ha riprodotto quasi sempre gli stessi
scempi che nell'arco di pochi anni si sono compiuti per mano dei regimi
nazionalsocialisti. Ma la differenza che ha contraddistinto il comunismo dal
nazionalsocialismo è nella menzogna di fondo di cui
il comunismo si è dipinto, che pur mantenendo la sua identica forza distruttiva,
si travestiva da redentore. Per questo i genocidi comunisti devono essere
ricordati e non dimenticati o nascosti come si è fatto fino ad oggi. Alle date
del 27 gennaio ed ora del 10 febbraio, che lasciano
sovente spazio alla retorica che accompagna la memoria, è doveroso elevare al
medesimo rango quella del 7 novembre, anniversario della rivoluzione bolscevica
e che è stata proposta come Giornata della memoria delle vittime comuniste
(Memento Gulag) grazie all'impegno caparbio dei Comitati per le Libertà
(www.libertates.org), di cui lo stesso Fertilio è
presidente e fondatore.
A chi ritiene l'anticomunismo come un disco rotto, ha replicato Armando De
Simone, autore con Vincenzo Nardiello
dell'apprezzato volume di ricerca Appunti per un libro nero del comunismo
italiano (ed. Controcorrente), che ha ricordato quale sia lo scandalo che si è
perpetrato fino ad oggi. Il vero tradimento degli intellettuali è testimoniato
proprio da un convegno come quello di Napoli, dove a parlare di un simile
argomento sono stati quattro "giornalisti" e non storici o studiosi. Nessun
professore ci ha raccontato di 200 milioni di persone morte, nessuno ha
documentato questa che è una storia negata. Ed è
lecito indagare sulle ragioni per le quali chi sapeva ha preferito tacere.
Fino ad oggi non è ancora stato compiuto alcun processo al Partito comunista
italiano e questo tema non lo si pone nemmeno oggi,
un periodo nel quale retoricamente si fa richiamo
spesso al dovere della memoria. Ma a quale memoria ci
si fa appello e perché questa deve essere pilotata, circoscritta? Per questo non
abbiamo bisogno di mentitori professionisti, ma di comunisti veri, quelli come
Massimo D'Alema che in
Unione Sovietica c'è stato 47 volte; abbiamo bisogno dei
Fassino, che è stato segretario della più grande federazione comunista
italiana, quella di Torino, e che oggi si definisce riformista semplicemente
perché al congresso dei Ds ha ricordato la figura di
Bettino Craxi come una delle più grandi del
socialismo europeo. E vogliamo sapere dove sono finiti i piani
di insurrezione contenuti in 5 valigie in pelle
verde, laddove addirittura Soave ha ammesso che questi piani furono organizzati
fino alla fine degli anni '80. Stiamo parlando di
attentati alla costituzione, reati imprescrittibili, sui quali nessun magistrato
ha voluto indagare. Come è stato possibile tutto
questo?
Stavolta è Vincenzo Nardiello che prova l'impresa di
dare una spiegazione, evidenziando come la storia sia stata messa a servizio di
un progetto politico, visto che qui non si parla di fatti interpretati male, non
conosciuti o posti correttamente, ma di pagine che sono state espulse
completamente dal dibattito storico. Pagine che nessuno
storico si è preso la briga di raccontare, come quella che vide Palmiro
Togliatti invitare ad accogliere i
titini come liberatori e di realizzare uno scambio
tra Gorizia e Trieste.
Perché tutto questo? Una prima risposta è rinvenibile
nel fatto che una parte degli storici erano di fatto
dirigenti o esponenti comunisti. Ma questi da soli non erano sufficienti per
portare a compimento questa impressionante opera
mistificatoria. E qui ci viene in soccorso Ernesto Galli della Loggia che
recentemente ha ammesso quanto gli storici e gli intellettuali moderati si
siano piegati al volere dei comunisti che non gli
chiedevano di essere comunisti, ma semplicemente di non essere anticomunisti.
Immaginate che cosa sarebbe accaduto, ad esempio, se un agente della CIA avesse
seguito Aldo Moro, il segretario del più grosso partito italiano, fino
al giorno prima del suo sequestro. E' successo,
invece, che sia stato pedinato da un agente del Kgb
come dimostrano i documenti ufficiali provenienti dagli archivi dell'Unione
Sovietica. Non patacche, ma prove scritte, atti ufficiali,
drammaticamente sconcertanti sui quali continua ad aleggiare un silenzio che si
fa sempre più assordante.
Dunque oggi ha senso rileggere la storia nel tentativo di depurarla da questi
inaccettabili condizionamenti che hanno fatto sì che alcune verità non
venissero alla luce? Ed ha
senso dichiararsi ancora anticomunisti, oggi che il Muro di Berlino è crollato
ed il regime sovietico si è dissolto?
Ebbene sì, un simile comportamento è prima di tutto
un dovere, perché, come ci ricorda Giancarlo Lehner,
autore de La Tragedia dei comunisti italiani, le vittime del
Pci in Unione Sovietica (edito per la collana le
Scie della Mondadori), essere contro il comunismo
non è una contingenza politica, ma è un principio ed un dovere morale. E ricorda
anche che il comunismo non lo si combatte con
l'anticomunismo urlato ma semplicemente raccontando i fatti e ricercando la
verità.
Del resto basta riportare alcune chicche presenti nel libro del giornalista e
storico, direttore de Il Giusto Processo, per rendersi conto di quanto
sia stato enorme il lavoro di dissimulazione prodotto
fino ad oggi: in una lettera inviata al suo comando firmata da Giorgio Bocca,
all'epoca attivista partigiano, è possibile leggere il suo sconcerto per taluni
eccessi di partigiani comunisti, come quelli di un comandante partigiano di nome
Rocca "specializzato ad uccidere personalmente i prigionieri fascisti
squartandoli a colpi di pala". Un Bocca allibito si
domandava fino a che punto fosse lecito arrivare. Questo valoroso partigiano,
ovviamente, non ha avuto alcun problema per i suoi atti, se non una medaglia
d'oro.
Ma se un tempo erano pagati per disinformare, oggi a
sinistra si segnalano professori per la loro imbarazzante ignoranza. E' di pochi
giorni fa un articolo pubblicato sul quotidiano La
Repubblica di Tabucchi, autore tanto in voga e
pompato dall'intellighenzia di sinistra, che tranquillamente si è preso il lusso
di dichiarare che Gramsci fosse morto in carcere.
E' evidente che dinanzi a simili mistificazioni si comprende anche perché sia
abilmente taciuto da questi "professionisti della menzogna" la vera essenza del
patto Molotov-Ribbentrop che nel 1939 ha sancito la
nascita dell'asse nazi-comunista e che diede
il via libera a Hitler
per l'eliminazione degli ebrei. Fu in quel frangente che Stalin, in segno di
concordia, si permise di offrire in "regalo" ad
Hitler tutti gli ebrei internati nei gulag. Questo è
un dato storico, provato, inconfutabile: la persecuzione degli ebrei partì con
il benestare di Stalin, dei comunisti. Innegabile a tal
punto che nei libri di storia non v'è menzione alcuna. All'epoca,
inoltre, Hitler non doveva di certo apparire come un
mostro dai "benpensanti rossi", visto che esiste un
saggio vergognoso di Palmiro Togliatti per il quale
il patto fu la conseguenza dell'aggressione ai danni della Germania compiuta da
Francia e Gran Bretagna.
Possiamo continuare ricordando la storia di don Pietro Leoni che tornò in Italia
dopo essersi fatto 10 anni di gulag accusato di un reato che nell'Unione delle
Repubbliche Socialiste Sovietiche era assolutamente vietato: avere rapporti col
Vaticano. Certo che per un prete sarebbe stato davvero ostico non averne, ma la
tragedia per quest'uomo si materializzò con il suo
ritorno nel suo paese natale, Bologna. Qui cominciò a raccontare la sua
esperienza, la verità sull'URSS e su come si viveva. Roba da
far impazzire il Pci, tanto che i "compagni"
italiani arrivarono a dire che il vero prete fosse morto, che quello che parlava
era solo un impostore o un sosia. E cosa fece
Sacra Romana Chiesa? Pensò bene di spedirlo in Canada perché "era
disfunzionale alla strategia del dialogo" intrapresa
dal papa buono.
Ma vi è un documento storico che vale più di mille altre storie raccontate, che
inchioda definitivamente Palmiro
Togliatti alle sue responsabilità. Sono trascorsi 50 anni di dibattiti,
riflessioni e scontri tra gli storici nello stabilire se
Togliatti avesse o meno fatto qualcosa in
favore degli italiani comunisti arrestati, perseguitati e trucidati in URSS. In
realtà si è trattato di un falso problema, perché il vero dilemma è stabilire
quanti siano stati gli italiani consegnati direttamente da
Togliatti ai sovietici.
In un documento datato 25 dicembre 1936, catalogato come
«segretissimo», al terzo paragrafo c'è una lista di tredici comunisti italiani,
fra cui Vincenzo Baccalà, bollati come «elementi negativi».
Accanto ai nomi di Rossetti (pseudonimo di Baccalà) e di
Modugno, c'è una nota: «troskista,
deportare», E in fondo al testo, la scritta: «Soglasen»
(«Sono d'accordo»), firmato «Ercoli», ovvero il nome
in codice di Togliatti. Da notare un particolare
agghiacciante: «Soglasen» era la formula di ratifica
dell'incaricato dell'Nkvd
che prendeva visione dei mandati di cattura e degli ordini di perquisizione.
Togliatti, dunque, anche nel lessico, il codice
ristretto dei carnefici, appare tutt'uno con la
polizia segreta sovietica. Del resto, come poteva non essere d'accordo, visto
che le prime denunce contro quei poveri compagni di base erano partite proprio
dai dirigenti «vigilantes» del PCd'I?
Ma esistono ancora i comunisti in Italia? Forse
sono cambiate le sigle, ma nei fatti anche il più
anticomunista (sua dichiarazione) dei comunisti della storia italiana, Walter
Veltroni, spesso ne ha subito la cultura e le
metodologie. Basta riprendere l'Unità diretta dall'attuale sindaco di Roma
dell'11 novembre 1993, a pagina 10, dove appare un
trafiletto in cui si comunica la morte del compagno Penco,
e si legge "vecchio militante comunista, perseguitato politico per le sue idee
di libertà e di socialismo". Peccato che
Veltroni abbia scordato di aggiungere un
particolare: Penco fu sì un perseguitato politico,
ma lo fu da suoi compagni facendosi pure 14 anni nei gulag sovietici.
Certo, un particolare irrisorio per chi è cresciuto nella
cultura della menzogna.
Ebbene si, i comunisti esistono ancora e condizionano tuttora la ricerca della
verità storica se è vero che tra i consulenti della Commissione parlamentare sul
dossier Mitrokhin vi sia anche Giulietto Chiesa,
corrispondente dell'Unità dall'80 all'88 che non veniva
pagato dal suo giornale, ma dal Comitato della mezzaluna e croce rossa
sovietica. Pagato in sostanza da Breznev. Ebbene,
Chiesa che veniva pagato tre volte più del direttore
della Pravda, con casa, automobile, spese per i
viaggi, vacanze garantite, tutte a carico del valoroso stato sovietico, era il
giornalista italiano che doveva informare delle cose sovietiche.
Dinanzi ad un così illuminante scenario, riteniamo di poter chiudere rimarcando
il messaggio che Giancarlo Lehner ha lanciato: il
lavoro serio dello storico non è quello di usare aggettivi o invettive, ma
cercare dati, documenti e fatti. Questo è il principio da seguire per chi vuole
rendere giustizia alla verità ed alla storia del nostro paese e che 60 anni di
storia repubblicana non sono stati sufficienti a garantire.
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