LA VITA DI BEPPE GRILLO
Jeep, ville e guai giudiziari. La vita spericolata di Beppe
sabato 26 aprile 2008

Alla fine degli anni Settanta
Giuseppe Piero Grillo prende moglie: a Rimini conobbe la
proprietaria di una pensioncina, Sonia Toni, e in breve si
sposarono. Avranno una figlia, Valentina, e Davide, nato
purtroppo con dei problemi motori. Il girovagare di Grillo tra i
residence di Roma e Milano, tuttavia, renderà le cose difficili
molto presto. Su un importante quotidiano nazionale, pochi anni
dopo, la moglie rilascerà un’intervista in cui accuserà il
marito di non andarla a trovare praticamente mai e soprattutto
di lasciarle sempre pochissimi soldi. Ma oggi i rapporti sono
ottimi: anche se si è vista negare, da ex candidata per i verdi
a Rimini, il famoso bollino grillesco che suo marito rilascia
alle liste civiche. Si è arrabbiata molto.
Il giorno più nero. Il tardo 1981 e non il 1980, come
erroneamente riferito nel suo blog, è l’anno in cui il comico
diviene protagonista di un episodio destinato a segnalarlo per
sempre. Il 7 dicembre, da Limone Piemonte, decide di partirsene
con alcuni amici alla volta di Col di Tenda, un’antica via
romana tra la Francia e la Costa ligure: in pratica sono delle
strade sterrate militari in alta quota che portano a delle
antiche fortificazioni belliche. Con lui ci sono i coniugi Renzo
Giberti e Rossana Guastapelle, 45 e 33 anni, col figlio
Francesco di 8, oltre a un altro amico che si chiama Alberto
Mambretti. Per farla breve: quel viaggio, d’inverno, è una
follia. È una strada d’alta quota non asfaltata, e un altro
gruppo di amici, nonché un’opportuna segnaletica, sconsigliano
vivamente: a esser precisi, la strada è tecnicamente chiusa. Fa
niente: Grillo ha uno Chevrolet Blazer, un costoso ed enorme
fuoristrada rivestito esternamente di legno e peraltro
inquinantissimo. Un quinto amico, Carlo Stanisci, forse si
avvede del pericolo e decide di scendere assieme alla fidanzata
e al cane. Finisce malissimo: all’altezza di Bec Rouge, alpi
francesi, l’auto sbanda su un ruscelletto ghiacciato e scivola
verso una scarpata; Grillo riesce a scaraventarsi fuori
dall’abitacolo, ma gli altri no, e l’auto rotola nella scarpata
per un’ottantina di metri. Mambretti sopravvive non si sa come.
I due coniugi muoiono, e ciò che resta del figlio viene trovato
sotto la fiancata dell’auto.
Sconvolto, Grillo si rifugia nella
casa di Savignone che divide col fratello. Aspettando il
processo, non si ferma: ha appena ultimato «Te la do io
l’America», nel 1982 è protagonista di «Cercasi Gesù» diretto da
Luigi Comencini e nel 1984 l’attende «Te lo do io il Brasile». E
qui c’è un episodio, pure raggelante, raccontato in parte
dall’Unità del 21 settembre scorso. Grillo accetta di
partecipare alla Festa dell’Unità di Dicomano (nel fiorentino)
per un cachet di 35 milioni. La sera dello spettacolo però
diluvia, gente pochina e di milioni se ne incassano 15. Flop. I
compagni di provincia cercano di ricontrattare il compenso,
niente da fare: neppure una lira di sconto. Della segreteria
comunista, tutta giovanile, l’unico che ha una busta paga si
chiama Franco Innocenti, un 26enne: deve stipulare un mutuo
ventennale nonostante abbia la madre invalida al cento per
cento.
Poi i citati film. Nell’84 c’è il processo per l’omicidio
colposo. Emblematico l’interrogatorio in aula: «Quando si è
accorto di essere finito su un lastrone di ghiaccio con la
macchina?»; «Ho avuto la sensazione di esserci finito sopra
prima ancora di vederlo»; «Allora non guardava la strada». Il 21
marzo, dopo una lunga camera di consiglio, Grillo venne assolto
dal tribunale di Cuneo con formula dubitativa, la vecchia
insufficienza di prove: questo dopo aver pagato 600 milioni alla
piccola Cristina di 9 anni, unica superstite della famiglia
Giberti. La metà dei soldi furono pagati dall’assicurazione: «La
stampa locale, favorevolissima al comico, gestì con particolare
attenzione la fase del risarcimento» racconta il collega
Vittorio Sirianni. Il Secolo XIX, quotidiano di Genova,
s’infiammò con un lungo editoriale a favore dei giudici e
dell’avvocato Pasquale Tonolo, ma l’entusiasmo fu di breve
durata: l’accusa propose Appello e venne fuori la verità, ossia
le prove: il pericolo era stato prospettato, oltretutto, da una
segnaletica che nessun giornalista frattanto era andato a
verificare. La strada era chiusa al traffico, fine.
La Corte d’appello di Torino, il
13 marzo 1985, lo condannò a un anno e quattro mesi col
beneficio della condizionale, ma col ritiro della patente: «Si
può dire dimostrato, al di là di ogni possibile dubbio, che
l’imputato risalendo la strada da valle, poteva percepire
tempestivamente la presenza del manto di ghiaccio (...).
L’esistenza del pericolo era evidente e percepibile da parecchi
metri, almeno quattro o cinque, e così non è sostenibile che
l’imputato non potesse evitare di finirci sopra», sicché
l’imputato «disponeva di tutto lo spazio necessario per
arrestarsi senza difficoltà», ma non lo fece, anzi decise
«consapevolmente di affrontare il pericolo e di compiere il
tentativo di superare il manto ghiacciato. Farlo con quel
veicolo costituisce una macroscopica imprudenza che non
costituisce oggetto di discussione».
Non andrà meglio in Cassazione, l’8 aprile 1988: pena confermata
nonostante gli sforzi dell’avvocato Alfredo Biondi, che nel
settembre scorso è stato peraltro inserito da Grillo nella lista
dei parlamentari condannati e dunque da epurare: il reato
fiscale di Biondi in realtà è stato depenalizzato e sostituito
da un’ammenda, tanto che non figura nemmeno del casellario
giudiziario, diversamente dal reato di Grillo che perciò,
secondo la sua proposta di non candidatura dei condannati, non
potrebbe candidare se medesimo.
La villa di Sant’Ilario. Ma la vita continua. Nel 1986, poco in
linea con certe sue intransigenze future, fu protagonista di
alcuni spot per gli yogurt Yomo: «Ci hanno messo 40 anni per
farlo così buono», diceva indossando una felpa con scritto «University
of Catanzaro». «Lo yogurt è un prodotto buono», si difese lui.
Per quella pubblicità vinse un Telegatto. È il periodo in cui
andò a vivere a Sant’Ilario, la Hollywood di Genova: una
bellissima villa rosa salmone, affacciata sul Monte di
Portofino, con ulivi e palme e i citati frutti e ortaggi di
plastica. Non fece scavare una piscina, ma due: cosa che piacque
poco ai vicini e soprattutto al dirimpettaio Adriano Sansa, già
poco entusiasta del terrazzo di 100 metri quadri che Grillo fece
interamente ricoprire inciampando in un clamoroso abuso edilizio
cui pose rimedio con uno di quei condoni contro cui è solito
scagliarsi. Qualche modesto provincialismo anche all’interno,
tipo la foto di lui avvinghiato a Bill Clinton appoggiata sopra
il pianoforte.
Poi c’è la telenovela dei pannelli
solari, pardon fotovoltaici. L’ex amministratore delegato
dell’Enel, Chicco Testa, si è espresso più volte: «Grillo diceva
che a casa sua, con il solare, produceva tanta energia da
vendere poi quella in eccesso. Ma feci fare una verifica e venne
fuori che da solo consumava come un paesino». In effetti si fece
mettere 20 kilowatt complessivi contro i 3 kilowatt medi delle
case italiane, sicché consumava e consuma come 7 famiglie.
L’Enel, dopo varie lagnanze di Grillo, nel 2001 decise di
permettere l’allacciamento alla rete degli impianti fotovoltaici
(come il suo) e addirittura di rivendere l’elettricità in
eccesso all’Enel stessa: quello che lui voleva. Il suo contratto
di fornitura, con apposito contatore, fu il primo d’Italia. E da
lì parte la leggenda dell’indipendenza energetica di Grillo: in
realtà il suo impianto di Grillo è composto da 25 metri quadrati
di pannelli e produce al massimo 2 kilowatt, buoni per
alimentare il frullatore e poco altro.
A ogni modo le polemiche ambientaliste di Grillo ebbero a salire
proprio in quel periodo: «Anche Chicco Testa dovrebbe essere
ecologista, e tutto quello che sa dire è che ci vuole più
energia quando il 90 per cento di energia di una lampadina va
sprecata. Non si tratta di produrre più energia, ma di
risparmiarla». Giusto. Lui però intanto consumava, e consuma,
come una discoteca di Riccione.
da QUOTIDIANO IL TEMPO
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