LA TRAGEDIA COMUNISTA ed I CRIMINI DEL COMUNISMO in UNGHERIA
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Le Barbarie agli UNGHERESI


Cinquant’anni fa, la tragica rivolta dell’Ungheria contro la
dominazione sovietica, repressa nel sangue dai carri armati di
Krusciov.
Una rivolta scaturita dalle speranze di liberalizzazione dell’impero
comunista suscitate proprio dal quel successore di Stalin
(morto nel 1953) che solo pochi mesi prima, a Mosca, ne aveva
denunciato i “crimini”, gli errori e il dispotismo accentratore.
Budapest fu svegliata ai primi chiarori dell’alba del 4 novembre da
un fitto cannoneggiamento che annunciava l’ingresso in città di
migliaia di panzer con la stella rossa.
Alle ore 5,15 il primo ministro Nagy parlò brevemente alla radio,
per denunciare al mondo l’aggressione sovietica e assicurare che “le
nostre truppe combattono e resistono”.
Alle 8 Radio Budapest Libera interruppe le trasmissioni, mentre la
battaglia infuriava strada per strada. Gli insorti sparavano dalle
finestre contro i carri armati, che a loro volta sventravano le case
a cannonate.
I combattimenti si protrassero fino al 10 novembre, quando, perduta
ormai ogni speranza, i Consigli rivoluzionari annunciarono la
cessazione degli scontri.
Tuttavia, sporadici attacchi della resistenza armata contro le forze
di occupazione sarebbero continuati fino alla metà del 1957.
LA REPRESSIONE
I capi dell’insurrezione furono catturati a tradimento: il
comandante dell’esercito magiaro Pál Maléter (e la delegazione che
lo accompagnava) la sera del 3 novembre, mentre era andato a
trattare con i russi
la fine delle ostilità; il primo ministro Imre Nagy, rifugiatosi
nell’ambasciata iugoslava, dopo esserne uscito il 22 novembre con la
falsa promessa di un salvacondotto di espatrio. Entrambi furono
impiccati, di nascosto, il 16 giugno 1958, al termine di un processo
a porte chiuse.
Invitati a pronunciarsi sul verdetto, i leader di tutti i partiti
comunisti del mondo, tra cui l’italiano Togliatti, avevano approvato
la loro condanna a morte, ad accezione del polacco Gomulka, che
pilatescamente si era astenuto.
Il cardinale Mindszenty ottenne asilo politico nell’ambasciata Usa,
da dove poté uscire solo nel 1971 per raggiungere il Vaticano, e
morire in esilio a Vienna nel 1975.
Tra i pochi segni di cambiamento imposti dalla rivolta, la
sostituzione della statua di Stalin abbattuta dagli insorti in una
piazza di Budapest, con una di Lenin, e l’eliminazione dello stemma
comunista dalla bandiera nazionale (rossa, bianca e verde a strisce
orizzontali).
I vincitori imposero al Paese il governo del collaborazionista
filosovietico (e traditore di Nagy) János Kádár, che attuò una
durissima repressione e mantenne poi saldamente il potere fino al
1988.
LA RINASCITA
Così, l’Ungheria si ritrovò di nuovo rinchiusa nella “Cortina di
ferro”, e dovette attendere ancora 33 anni, un’intera generazione,
fino all’autunno del 1989, per riacquistare l’indipendenza, la
libertà e la democrazia, con il crollo del regime comunista, il
ritorno
al pluripartitismo, il ritiro delle truppe sovietiche e la
riabilitazione delle vittime della repressione del 1956.
Nella primavera del 1990 si sono svolte
le prime elezioni per il parlamento democratico della nuova
“Repubblica d’Ungheria” (non più “Repubblica Popolare”).
Questa il 12 marzo 1999 è entrata a far parte della Nato, e dal 1°
maggio 2004 è membro dell’Unione Europea, con i suoi 10 milioni
di cittadini, finalmente liberi.



Centro studi Giuseppe
Federici - Per una nuova insorgenza
Card. Mindszenty martire della Chiesa in Ungheria
Ben prima della rivolta del 1956, la Chiesa in Ungheria fu perseguitata dal comunismo: pubblichiamo alcune schede relative al calvario subito dal Card. Mindszenty (1892-1975).
L’ascesa: cinquantasei anni
E’ il 26 dicembre 1948. Sulla residenza del Primate d’Ungheria ad
Esztergom scende la notte. Il Cardinale Josef Mindszenty sta
pregando. Improvvisamente si spalanca la porta. Un colonnello di
polizia, di nome Decsi, si precipita nella stanza, alle sue spalle
premono gli sgherri: Sei in arresto. Il Cardinale chiede il mandato.
Non ne abbiamo bisogno, rispondono ridendo con scherno. Lo
afferrano, lo portano via e lo trascinano in un’auto con le tendine
abbassate. Più tardi scriverà: Cercai di recitare il rosario. Non ci
riuscii. Mi venivano in mente solo le parole della Scrittura: Questa
è la vostra ora, e l’impero delle tenebre.
Josef Mindszenty nacque il 29 marzo 1892 a Mindszent. In origine il
suo cognome era Pehm. Per protesta contro i nazisti, nel 1941 egli
abbandonò il cognome germanico e si chiamò da allora con quello
della sua città natale. L’influsso di sua madre su tutta la sua vita
fu grande. L’amore di lei fu per lui un forte sostegno nelle ore più
amare della sua vita. Egli crebbe al ginnasio dei Premostratensi a
Szombathely. Per poco non dovette abbandonare gli studi quando morì
suo fratello minore. I genitori desideravano che egli si occupasse
del podere. Cambiarono idea. Josef entrò nel seminario di
Szombathely. Lo studio e la vita del giovane seminarista erano cosi
esemplari che il suo Vescovo, Mons. Janos Mikes, voleva mandarlo al
Collegio Pazmaneum a Vienna. Egli convinse il suo Vescovo che era
meglio se rimaneva in Ungheria. E vi rimase.
Il Vescovo, che poi mori d’infarto nel 1945 difendendo delle donne
dai soldati russi, lo ordinò sacerdote il 12 giugno 1945. Il
ministero sacerdotale era per Josef fonte della più profonda gioia.
La sua prima parrocchia fu a Felsopathy. Il parroco gli insegnò il
servizio e l’amore a poveri e ricchi, e notò ben presto le
eccellenti doti di predicatore del giovane cappellano. Dopo diciotto
mesi fu inviato come insegnante di religione nella scuola statale di
Zalaegerszeg. Nell’ottobre 1918, dopo il crollo della monarchia
austro-ungarica, andò al potere un governo rivoluzionario capeggiato
da Mihaly Karoly. Nel febbraio 1919, il giovane sacerdote venne
arrestato e cacciato da Zalaegerszeg. Nel marzo seguente presero il
potere i comunisti di Bela Kun. Seguì uno spaventoso regime di
terrore. Mindszenty fu nuovamente arrestato. Fortunatamente questa
dittatura crollò presto e l’insegnante di religione poté tornare a
Zalaegerszeg come parroco nell’agosto 1919. Soccorreva dove poteva
ai bisogni materiali e spirituali. Dopo poco tempo, conosceva per
nome tutti i cattolici della città. Fece costruire chiese, case
parrocchiali, scuole. Nel 1924 venne nominato abate titolare e nel
1937 prelato pontificio.
Quando nel 1944 la Germania occupò l’Ungheria, egli ormai era noto
come deciso oppositore dei nazisti. Considerava la politica come un
male necessario nella vita di un sacerdote, laddove essa distruggeva
altari e metteva le anime in pericolo. Il 4 marzo 1944 il Papa lo
nominò vescovo di Veszprem. Vi giunse dieci giorni dopo che i
nazisti avevano occupato la città. Nell’estate combatté a fianco
degli altri vescovi ungheresi per la vita degli Ebrei. Molti furono
salvati. Nonostante i disordini della guerra, il nuovo vescovo si
dedicò totalmente ai suoi doveri pastorali. Si adoperò per
organizzare giornate dl ritiro ed esercizi spirituali per i
sacerdoti, appoggiò l’apostolato dei laici, promosse visite
domiciliari e l’assistenza agli ammalati e moribondi, creò nuove
parrocchie e costruì nuove scuole.
Più grandi sofferenze aspettavano il Paese. Tentativi segreti di far
uscire l’Ungheria dalla guerra nell’autunno 1944 fallirono. L’Armata
Rossa marciò su Budapest. I saccheggi e le violenze spinsero
migliaia di persone verso l’occidente. In un memorandum il vescovo
Mindszenty chiese al governo di impedire che l’Ungheria occidentale,
fino a quel momento non distrutta, diventasse campo di battaglia fra
russi che avanzavano e tedeschi in ritirata. Invano. La risposta del
governo fu il suo arresto. Rimase in prigione finché i suoi
carcerieri non fuggirono davanti ai sovietici. Alcuni fedelissimi
rimasero accanto a lui. Fra loro c’erano i sacerdoti Tibor Meszaros,
che in esilio fu suo segretario, e Laszio Lekai, oggi suo successore
come Primate e Cardinale. Rischiavano la vita: il vecchio vescovo
Mikes morì d’infarto e il vescovo Apor fu assassinato mentre tentava
di difendere delle donne ungheresi dalla violenza. Indebolito dalla
prigionia, Mindszenty tornò a Veszprem. Lo stato della città
distrutta era indescrivible. Ovunque l’Armata Rossa aveva
saccheggiato, distrutto, violentato giovani, ragazzine e vecchie. Il
29 marzo 1945 era morto l’anziano Cardinale Primate Seredi e il Papa
nominò ora lui, il più giovane vescovo d’Ungheria, come successore.
Intanto il nunzio era stato espulso dal paese. La guerra dei
comunisti contro la Chiesa cattolica era iniziata. Continua ancora
oggi. Una forte tempesta infuriava sul duomo di Esztergom,
danneggiato dalla guerra, quando il nuovo Primate venne insediato il
7 ottobre 1945.
Distruzione: trentanove giorni
Trascinano la loro vittima al numero 60 di Via Andrassy a Budapest,
una casa che era già servita alla GESTAPO come luogo delle torture.
A capo del sistema comunista del terrore è il tenente generale Gabor
Peter, un mostro sadico che assiste di persona alle torture, a
cominciare dai colpi di manganello e di calcio di fucile sulle reni
fino ad infilare aghi sotto le unghie delle dita. Egli vive ancora
oggi da qualche parte a Budapest, senza indicazione del cognome
sull’ingresso.
In un seminterrato freddo e umido, un maggiore di polizia e uno
stupido agente della polizia afferrano il Cardinale e, dinanzi a un
gruppo che scoppiava in risate, lo spogliano completamente e gli
danno le vesti di un clown orientale. “Cane, quanto abbiamo atteso
questo momento !” grugnisce il sordido maggiore. Poi lo conducono in
una stretta cella dove si trova un vecchio divano sfondato. Ma non
lo lasciano dormire neppure un istante. Gli parlano in modo rozzo,
osceno e volgare. Verso le undici di sera viene trascinato davanti a
Decsi per il primo interrogatorio. Prima domanda: “Perché sei
diventato un nemico del tuo Paese?”. La sua risposta viene subito
troncata: “Gli accusati qui devono confessare quello che noi
vogliamo e come noi vogliamo”, urla Decsi, che oggi è un alto
funzionario nel settore della cultura. Alle tre di notte riportano
il Cardinale nella sua cella e gli ordinano di svestirsi. Egli si
oppone. Lo spogliano con la violenza. Un individuo gigantesco in
uniforme da tenente avanza e colpisce selvaggiamente il corpo nudo
con uno sfollagente. Il Cardinale geme sotto i colpi che sembrano
non voler più finire e perde conoscenza. Quando rinviene, pretendono
che firmi una confessione. Egli rifiuta. “Portatelo di nuovo !” E
giù altre botte. Di nuovo la richiesta di una confessione. E ancora
un rifiuto. Lo spogliano nuovamente e lo picchiano, mentre gli altri
lo scherniscono e deridono. Ma egli continua a rifiutare. Lo
riportano in cella. Si fa giorno.
Per un’intera notte è riuscito a resistere. Ma sa che prima o poi
tutti crollano sotto queste torture. Anche le sole minacce o un
assaggio di tutto ciò hanno fatto già di molti delle spie o degli
informatori. In questa prima giornata rifiuta come può cibo e
medicamenti. Cerca dl pregare. Nel corpo, nervi e ossa e anima,
sperimenta la terribile violenza del bolscevismo che grava sulla
nazione. Lo riempie una profonda preoccupazione per la gioventù.
Ogniqualvolta i suoi torturatori credono che egli preghi, erompono
in espressioni oscene. Ma il Primate rivolge il suo cuore a Maria,
patrona dell’Ungheria. Alle undici di sera ricominciano, con
ridicoli rimproveri ed accuse di alto tradimento e attività
rivoluzionari. Di nuove Dessi tronca le parole al Cardinale quando
questi vuole difendersi. E nuovamente il Primate viene martoriato
con lo sfollagente. Egli stesso non sa dove trovi la forza di
rinnovare il suo no. Accuse, botte, l’ordine di firmare, il no detto
con le ultime forze, di nuovo per tutta una notte.
Gli lasciano del pane e vino, può celebrare la Messa due volte, una
pausa tattica, ma lo scopo rimane immutato. Chiede di vedere il
comandante, Gabor Peter, che lo minaccia di ancor maggiori torture
se non cede. Il ministro degli interni, Janos Kadar, oggi segretario
generale del partito e capo dello stato, già annuncia alla stampa
che il Cardinale avrebbe confessato di essere autore di congiure,
azioni di spionaggio e speculazioni valutarie. Così Kadar edificava
su menzogne, torture e morte il modello ungherese, tanto lodato
anche in occidente. Il crudele alternarsi di torture ed
interrogatori dura 39 giorni e notti. Una volta viene costretto a
correre nudo per la stanza per evitare coltellate e colpi di
sfollagente. Essi minacciano di farlo comparire davanti a sua madre
in questo stato. Alla fine egli crolla, fa i nomi di persone defunte
o fuggite e scrive accanto alla sua firma c.f. (coactus fecifirmato
perché costretto). La memoria lo abbandona, non sa più cosa fa. Gli
presentano il suo segretario martoriato e altri sacerdoti.
Completano l’allucinante e crudele procedimento con lettere
contraffate. Il falsificatore sarebbe ben presto fuggito negli Stati
Uniti e là avrebbe raccontato la verità. In quei 39 giorni e notti i
boia e gli aguzzini comunisti spezzarono una delle più nobili figure
delle Chiesa.
Il Processo-farsa: tre giorni
13 febbraio 1949 gli aguzzini conducono il Cardinale in tribunale,
isolato in mezzo a molti imputati messi insieme per accreditare
l’idea di una congiura. Hanno rasato per bene la loro vittima, gli
hanno fatto indossare un abito nuovo e gli hanno rimesso al dito
l’anello vescovile. Giudice, avvocato e soprattutto il difensore,
Kalman Kiczko, un presunto buon cattolico, recitano la loro parte
ben studiata in precedenza in tutti i dettagli. Un processo-farsa
perfetto come ci si può aspettare da Stalin e Rakosi. Più tardi il
Cardinale ricorderà che davanti alla corte non fu fatta una sola
domanda tale da portare alla luce la verità. Il Primate distrutto è
seduto sul banco degli imputati, lo sguardo vuoto e la voce
tremante. La polizia non gli ha fatto nulla di male, dice. Il suo
difensore completa diligentemente dicendo che il Cardinale avrebbe
avuto tutte le possibilità di difendersi in Via Andrassy. Poi chiede
per lui “solo” l’ergastolo. Gli si risparmi l’esecuzione. La corte
accoglie questa “preghiera”, come se la sentenza non fosse stata già
stabilita da mesi. L’intero processo durò solo tre giorni, che
tuttavia bastarono alle cinghie di trasmissione della stampa
comunista per mettere alla gogna il Primate fino a tutt’ora.
Ma il più forte sostenitore del Cardinale, Pio XII, lo difese
davanti a tutto il mondo. Scrisse ai vescovi ungheresi, si rivolse
pubblicamente al collegio cardinalizio, ai diplomatici accreditati
presso la Santa Sede e ai fedeli in Piazza S. Pietro. Smascherò la
giustizia marxista: “La persecuzione del nostro figlio diletto… la
nefandezza dei persecutori e la brutalità con cui egli viene tenuto
lontano dalla sua sede vescovile ci riempiono di profonda
preoccupazione”. E ancora: “Gli odierni persecutori della Chiesa
sono i successori di Nerone. Lo Stato totalitario e antireligioso
pretende una Chiesa che, per essere riconosciuta e tollerata, taccia
là dove dovrebbe parlare… Può il Papa tacere quando questo Stato
scioglie arbitrariamente delle diocesi, destituisce vescovi e limita
l’attività della Chiesa cosi che qualsiasi lavoro apostolico diventa
inefficace ?” Il mondo libero ascoltò la sua voce e ne condivise lo
sdegno senza badare alle pesanti bordate di insulti provenienti da
Mosca.
Rakosi con un inganno sl fece fotografare insieme al vicario
generale di Budapest, Bela Wik. Le didascalie delle foto parlavano
di “eccellenti” rapporti tra Chiesa e Stato. (�)
La prigionia: otto anni
Poiché l’interesse del mondo libero per la sorte del Cardinale
restava vivo, i comunisti lo portarono nell’ospedale del carcere. Vi
comandava il suo aguzzino, il maggiore sadico. Il letto della cella
era pieno di insetti, comunque stava meglio di prima e gli era
perfino possibile celebrare di nuovo la S. Messa. Dopo due settimane
sua madre poté visitarlo. Gli fu negata copia della sentenza e
l’assistenza di un avvocato per ricorrere in appello. In una lettera
all’arcivescovo Josef Grosz, chiese aiuto ma la lettera fu
falsificata in modo da dare a intendere che egli riconosceva i suoi
“crimini” e incitava ora i vescovi a concludere un accordo con lo
Stato. Durante la sua visita, la madre trovò il figlio in pessime
condizioni di salute, e chiese adeguati trattamenti medici. Anziché
esaudire la pressante richiesta, i comunisti trasferirono la loro
vittima in un carcere più duro, senza dire alla madre nemmeno una
parola. Il Cardinale non venne mai a sapere, per tutti i quattro
anni che vi trascorse, il nome dell’istituto di pena in cui si
trovava, isolato in una cella singola con disegni e scritte oscene
sulle pareti marce per l’umidità. Nelle sue Memorie scrive: “Non si
riusciva mai ad incontrare lo sguardo fuggente di un altro
carcerato; era come cercare un corvo bianco”. Gli ipocriti che
l’avevano picchiato con lo sfollagente, ora gli proibivano di
inginocchiarsi “per motivi di salute”, e gli rendevano una tortura
perfino il sonno. Mani e viso dovevano restare visibili. Se li
copriva per il freddo o per gli insetti lo svegliavano a scossoni.
Riempiva le giornate con la preghiera per la Chiesa, per l’Ungheria,
per la sua archidiocesi, per gli altri carcerati, per la gioventù,
per sua madre e i morti, per i suoi nemici, le sue guardie e i suoi
persecutori. A partire dal giugno 1950 gli permisero nuovamente di
celebrare la S. Messa. Un tavolino da telefono gli serviva come
altare. L’immagine qui riprodotta era l’unico ornamento. La dedica
scritta a mano “Devictus vincit” significa “Vinto, Egli vince”.
Riuscì a conservare sempre con sé l’immagine, dovunque i suoi
carcerieri lo trascinassero. La malattia aggravava le sue
sofferenze. Dimagriva. Nel 1954 perse la metà del suo peso normale.
Un giorno perse la conoscenza, cadde e si ferì alla testa. Lo
trovarono in una pozza di sangue. Durante la successiva visita
semestrale, sua madre, spaventata, chiese nuovamente cure adeguate.
La sua richiesta fu assecondata.
Nel frattempo l’odioso Rakosi aveva raggiunto l’apice del potere e
nel 1950 aveva fatto gettare in prigione e torturare per “titoismo”
addirittura il ministro degli interni Janos Kadar. Il suo potere si
reggeva su 60.000 agenti della polizia segreta, fra cui molti
esperti torturatori. L’ “Ufficio per gli Affari Ecclesiastici”
promuoveva ora, con l’aiuto di preti corrotti o impauriti, il
movimento dei “preti per la pace”. Il vecchio arcivescovo Grosz
venne torturato e condannato a quindici anni di carcere, altri
vescovi furono messi agli arresti domiciliari. In ogni Curia
vescovile c’era un funzionario comunista che controllava le nomine
degli ecclesiastici. Con la morte di Stalin ci fu un cambiamento.
Nel maggio 1954 il Cardinale fu riportato nell’ospedale del carcere
di Budapest. Le sue condizioni migliorarono, ma nel 1953 si
riammalò, proprio in un momento in cui la sua morte sarebbe stata
molto scomoda a Rakosi. Il Primate fu portato in un’antica villa a
Puspokszentiaszio (Ungheria meridionale). Al suo arrivo ebbe un
attacco di cuore, ma riuscì a superarlo. Le condizioni di vita erano
per lui sconcertanti. Sua madre poteva visitarlo liberamente. Anche
l’arcivescovo Grosz era alloggiato ivi e il cardinale venne così a
sapere molte cose accadute durante gli anni passati in carcere. Ora
venivano chiamati “ospiti”. Poiché d’inverno era impossibile vivere
nella villa sia per gli “ospiti” che per i sorveglianti, i prelati
furono portati a novembre in un castello vicino alla frontiera con
la Cecoslovacchia. Rakosi tentava ora di puntellare il suo
vacillante regime con un opportunistico atteggiamento condiscendente
nei confronti della Chiesa. L’Arcivescovo Grosz fu graziato, al
Cardinale venne offerta la scarcerazione a certe condizioni. Ma il
pastore non voleva disorientare il suo gregge e rifiutò. “Messo
davanti alla scelta tra morte in prigione o libertà al prezzo di un
infamante compromesso”, scrisse, “preferisco la morte”. Ma non era
ancora la sua ora.


